Parrocchia di Castiglione Torinese














LA PARROCCHIA DI CASTIGLIONE TORINESE


Tratto dal libro “IL COLLE DEL PAESE ANTICO” di Marina Cha Bertinetti – Michele Elia

Il biografo del grande monaco Guglielmo da Volpiano e cronista della Borgogna, il benedettino Rodolfo il Glabro, afferma che dopo l’anno mille, nell’Occidente Cristiano, le costruzioni di edifici per il culto si moltiplicarono sotto l’impulso di un rinnovato fervore religioso. In questo fenomeno di edilizia sacra sorsero molte chiesette nei paesi di campagna del nostro Piemonte. Probabilmente per via di questa generale spinta religiosa venne edificata in questo periodo la chiesetta di San Dalmazzo che costituita da un’ampia scala con abside semicircolare ornata all’esterno di archetti e finestrelle. Questa abside poggia su una costruzione ad apparecchio incerto che risulta più antica. Accanto alla chiesetta sorgeva il primo cimitero di Castiglione di cui si abbiano notizie sicure.
Nella prima organizzazione ecclesiastica, il Vescovo provvedeva direttamente alla diocesi, e per quanto concerneva la città inviava nei diversi rioni sacerdoti detti Rectores (rettori). Per le popolazioni considerate fuori dei confini della città si crearono le plebanie, nome desunto dall’organizzazione romana che corrispondeva quasi al nostro municipio rurale, con un sacerdote stabile, sempre alle dipendenze del Vescovo. Castiglione finché fu considerata parte del municipio di Torino fu guidata da un rettore e San Dalmazzo ne costituì la prima chiesa parrocchiale. L’ultimo parroco chiamato rettore fu Don Guglielmo di Lucernate nominato nel 1351. Il sacerdote che gli succedette in un imprecisabile anno del XIV secolo fu Don Colini di Lugliono il quale si firmava Curato di San Dalmazzo.
Il seguente elenco dei Parroci di Castiglione è tratto dal libro Castiglione di Don Brovero:

Non si conosce l’anno preciso in cui la parrocchia venne trasportata nella chiesa di San Claudio presso il castello. Tale spostamento si deve forse ascrivere alla necessità di difendersi dalle incursioni di Ungari, Saraceni e altri predoni. Infatti, dopo l’anno 1456, tutti i documenti parlano dell’unica parrocchia dei Ss. Claudio e Dalmazzo in Castiglione.
Della chiesa di San Claudio sul colle di Castiglione Alto si conoscono tre realizzazioni (Edizioni). La prima e più antica costruzione occupava pressappoco il sito di quella attuale, ma aveva la facciata volta verso la pianura Padana e l’abside a levante. Era questa una regola seguita, per quanto possibile, nella costruzione delle chiese, perché il sole nascente donasse loro i primi raggi. Che la prima chiesa di San Claudio avesse questa direzione è inoltre provato dal fatto che l’attuale campanile porta incorporate colonne della prima costruzione che furono messe in luce nel 1944, quando fu restaurata per l’ultima volta la casa parrocchiale adiacente.
La prima edizione fu distrutta con il castello da Carlo Emanuele I di Savoia. La seconda edizione fu realizzata nel 1642 quando i Turinetti la riedificarono in stile barocco, e tale costruzione durò fino al 1906.
La terza edizione fu avviata da Don Marucco nel 1906 quando San Claudio venne ampliata ed assunse le linee neo-gotiche lombarde attuali.
La parrocchia in San Claudio era alquanto scomoda per i parrocchiani di Cordova e le loro lamentele raccolte nell’archivio parrocchiale formano tuttora un bel plico. L’Arcivescovo Beggiami nella visita pastorale del 14 settembre 1671 decideva di eleggere a parrocchia la comunità di Cordova ottenendo il consenso dal Duca.
Una voce popolare racconta che sulla decisione dell’Arcivescovo influì un curioso incidente. Mentre l’alto prelato si recava da Castiglione a Cordova a dorso di mulo, percorrendo l’unica strada esistente, peggiore di una mulattiera perché ai tratti ghiaiosi si susseguivano tratti di argilla viscida, la bestia slittò gettando l’Arcivescovo lungo e disteso nel fango, come peraltro succedeva non raramente a qualche cordovese, fortunatamente senza conseguenze di rilievo.
La nuova parrocchia di Cordova cominciò a funzionare il 1 giugno 1672 con l’onere del dovuto omaggio alla parrocchia matrice nella solennità di San Claudio – prima domenica di giugno – e il dovere del prevosto di Castiglione di provvedere il pranzo per il parroco di Cordova e foraggiarne la cavalcatura.
Cessata la necessità di proteggersi dalle incursioni di predoni e caduto il feudalesimo, la chiesa parrocchiale in San Claudio risultò disagevole per tutti. Non sorprende quindi che la quasi totalità della popolazione esprimesse il desiderio di averla in località più comoda. Il prevosto Montà, in previsione di un prossimo trasferimento della parrocchia tralasciò di far eseguire le ordinarie manutenzioni dell’edificio. Ultimo di tre fratelli sacerdoti, dei quali era l’erede, fece economia all’osso, cercando di creare per il successore le condizioni che permettessero di realizzare l’opera. Sfortunatamente imprestò i suoi risparmi a Don Clemente Marchisio parroco di Rivalba. Quando, nel giugno 1867, le già precarie condizioni di salute del prevosto Montà si aggravarono ulteriormente, fu assistito da un sacerdote suo amico, il quale, a morte avvenuta, sostenne che il Montà gli aveva detto di devolvere il credito verso il Marchisio all’Opera della Propagazione della Fede. La Casuistica di allora, non tenendo conto che almeno parte della somma era costituita dalle offerte che avevano fatto i fedeli per la manutenzione della chiesa, manutenzione non fatta, obbligava il Marchisio a versare l’intera somma alla Propagazione della Fede.
Il prevosto Marucco al suo ingresso in Castiglione, l’11 settembre 1887, trovò la chiesa parrocchiale fatiscente e senza fondi, per cui dovette assumersi come obiettivo principale della sua missione di restaurare la vecchia chiesa o di costruirne una nuova in una posizione conveniente.
Nel settembre 1902 venne indetto un referendum tra le famiglie, le quali furono invitate a rispondere a tre quesiti:

L’esito del referendum, che ottenne 180 cartoline di risposta, non fu incoraggiante, anzi pareva che la volontà maggioritaria fosse di conservare la chiesa nella sua collocazione.
Tuttavia, il prevosto Marucco, non scoraggiato dall’esito, tentò di far sorgere la nuova parrocchia alla borgata La Rezza, su terreni del Cottolengo poiché i terreni del beneficio parrocchiale erano acquitrinosi e troppo sotto la collina di San Grato. Ma le sue trattative non ebbero fortuna. Quindi assegnò all’ingegnere Carlo Maurizio Villa l’incarico di studiare e presentare un progetto di sistemazione di San Claudio. Persona di molto talento, amante del neogotico e anche di buon cuore, Villa offriva gratuitamente la sua opera. Su suggerimento dei Superiori e con l’assistenza dell’ing. Villa, il prevosto chiese un contributo al Comune, ma ne ebbe un deciso rifiuto: “La parrocchia di San Claudio non serviva a nessuno”. Si cercò di forzare l’intervento, onde il Villa presentò una perizia giurata che dichiarava pericolante la chiesa. Il sindaco avv. Muratorio avvalendosi delle prerogative di Ufficiale di Pubblica Sicurezza, a scanso di ogni responsabilità, nel pomeriggio del sabato emise l’ordine di chiusura della chiesa dichiarata pericolante. Il prevosto informò il Prefetto il quale ne ordinò la riapertura.
Per avviare i lavori di restauro il prevosto Marucco ricorse a beni di famiglia. Il sindaco, nel timore che a lavori eseguiti si procedesse a obbligare il Comune a pagare, per cautelarsi inviò una diffida giudiziale al parroco. Tuttavia, le risorse familiari non furono sufficienti per pagare i debiti, allora don Marucco decise di ricorrere al miele.
Cercò nozioni per sviluppare l’apicoltura, la raccolta del miele, la confezione in barattoli speciali e lo smercio del prezioso prodotto. Dopo un attento studio, diede vita con l’aiuto dei suoi parrocchiani alla nuova industria. Ogni cascina di Castiglione ebbe in poco tempo le sue arnie e i suoi apiari. Le donne si perfezionarono nell’avvolgere in graziosi involucri i vasetti di miele, e don Marucco si… perfezionò nello smercio del miele e della cera.
La nuova industria apportò ben presto tangibili benefici economici a tutta la comunità di Castiglione. Ed i Castiglionesi risposero con generosità alle sollecitazioni di contribuire al restauro della chiesa sia mettendo a disposizione risorse finanziarie, sia partecipando con entusiasmo ai lavori di scavo, di trasporto di materiale e di aiuto ai muratori.
Il prevosto Marucco il giorno 28 agosto 1905, veniva ammesso in Roma ad una udienza pontificia di Papa Pio X. Finita l’udienza, il prevosto di Castiglione si avvicinò al segretario del Pontefice mons. Giovanni Bressan e gli disse: “Ho notato che il Santo Padre è affetto da raucedine. Occorrerà si curi, altrimenti diverrà afono e non potrà più tenere così bei discorsi. Io ho un rimedio portentoso contro la raucedine ed il mal di gola. Eccolo: lo faccia prendere al Santo Padre e vedrà il prodigioso risultato”.
In quel dire, estrasse dalla tasca della talare un vasetto di miele, ben confezionato e lo porse a mons. Bressan che ringraziò vivamente. Al ritorno don Marucco trovò una lettera da Roma con lo stemma Pontificio e, apertala, lesse uno scritto di mons. Bressan che lo ringraziava a nome del Santo Padre del prodigioso miele e gli ordinava due dozzine di vasetti, autorizzandolo a mettere sulla carta intestata la dicitura: “Fornitore del Santo Padre”. Tutta quella pubblicità al “miele di Castiglione” fece fiorire l’industria locale, mentre la chiesa parrocchiale venne definita “la chiesa fatta col miele”. Ancor oggi sul muro esterno della chiesa si può osservare entrando nel piazzale un bassorilievo con impressa un’ape contornata dalla scritta:
Il Mio Non Sol Ma L’Altrui Ben Procuro
Con il 1906 davanti alla chiesa barocca, sorse un tratto di costruzione alta, snella, in stile neo-gotico-lombardo. Nel 1911 il vecchio e nuovo edificio vennero livellati e si ebbe la Chiesa Parrocchiale “Marucco”. Infine, nel 1928, Don Marucco fece prolungare la casa parrocchiale collegandola con un porticato alla chiesa restaurata.
Il prevosto Don Brovero subentrato nel 1939 a Don Marucco provvide, nel 1944, a far riparare la casa parrocchiale attigua alla chiesa, ampliandola con due locali nuovi. È in questa occasione che vennero in luce le fondamenta della grande torre dell’antico castello medioevale, segnata nel tipo del 1612.
L’autonomia comunale riacquistata nel 1947 ed il trasferimento della sede del Municipio alla Rezza, riaccesero nei Castiglionesi il desiderio e la speranza di una chiesa in pianura. Anche le insistenze della Curia metropolitana si fecero pressanti. Il posto più adatto parve il terreno che il Conte Bernardino Castiglione aveva legato alla parrocchia e sul quale il prevosto Emanuele Benedetto Castellamonte dei signori di Lessolo aveva edificato la casa colonica. Questo terreno era quello adocchiato dal prevosto Marucco come area della costruenda chiesa, ma al tempo ne era stato distolto per le troppe acque sorgive. Ora con le nuove tecniche di costruzione, sembrava il luogo migliore per erigere il complesso parrocchiale: chiesa, canonica, oratorio con campo sportivo, affiancato da edifici e villette di abitazione. Con la copertura di un tratto del Rio Maggiore si ponevano razionali presupposti per uno sviluppo edilizio.
Toccò a Don Brovero il compito di far approntare i progetti e di risolvere i problemi finanziari. L’Anno Santo 1950 trovava preparato, pronto per essere presentato alla Commissione Diocesana per l’Arte Sacra per le dovute autorizzazioni, uno studio del Sacerdote Architetto Giuseppe Strina. L’edificio della nuova chiesa fu consacrato il 5 agosto 1951.